di Nikolaj Vasil’evič Gogol’, 1842.

“Bisogna dire che da noi in terra di Russia, se non abbiamo ancora pareggiato in qualche altra cosetta le nazioni straniere, in compenso le abbiamo di gran lunga sorpassate nell’arte di comportarci in società. Non è possibile enumerare tutte le gradazioni e le sottigliezze del nostro tratto. Il francese o il tedesco non potranno mai e poi mai afferrarne e comprenderne tutte le connotazioni e le differenze: quasi con lo stesso tono essi si metteranno a parlare col milionario o col piccolo tabaccaio – seppure, in fin dei conti, avranno nell’intimo una proporzionata servilità di fronte al primo. Da noi è ben altra cosa: da noi si trovano virtuosi tali, che con un proprietario che possiede duecento anime parleranno in modo del tutto diverso che con quello che ne possiede trecento, e con quello che ne possiede trecento parleranno, ancora, in altro modo che con quello che ne possiede cinquecento; e ancora con quello che ne possiede cinquecento, non parleranno allo stesso modo che con quello che ne possiede ottocento: in una parola, si potrebbe arrivare fino al milione, e sempre si troverebbero le gradazioni corrispondenti”.

Il titolo non deve fuorviare. Non c’è niente di lugubre, o di macabro, o di esoterico in questo romanzo, la cui prima parte fu pubblicata nel 1842 e la seconda ci è giunta incompleta perché gettata nel fuoco dall’autore durante uno dei suoi attacchi di nervi, poco prima della morte.
Siamo in Russia nei primi decenni del 1800 e protagonista è Pavel Ivanovič Čičikov, un signore assolutamente anonimo, che appartiene al nono dei quattordici gradi gerarchica in cui era suddivisa la società russa, secondo l’ordinamento voluto da Pietro il Grande. Questo tipo senza infamia e senza lode ha un’idea semplice e geniale che è questa: nella Russia imperiale la società è una piramide alla cui base si trovano i servi della gleba, che sono “cose” di proprietà dei loro padroni esattamente al pari delle terre o del bestiame. Periodicamente viene indetto un censimento per verificare la consistenza di ogni proprietà, e calcolare così l’imposta, il cosiddetto “testatico”, che ciascuno deve versare allo Stato. Tra un censimento e l’altro molti contadini muoiono, ma fino al censimento successivo, il proprietario deve continuare a pagare il testatico calcolato sul numero di contadini rilevato al censimento precedente. Il nostro Čičikov che fa? Viaggia per la Russia e fa visita a diversi proprietari terrieri per convincerli a regalargli o a vendergli le “anime morte”, cioè i contadini che, benché morti, formalmente rientrano ancora nella “base imponibile” del padrone in attesa del censimento successivo.
Il vantaggio di questa operazione per il padrone è quello di pagare meno tasse, per Čičikov è quello di diventare un ricco proprietario, sia pure solo virtualmente, ottenendo così accesso agli ambienti più esclusivi della società, e potendo addirittura dare in pegno le anime morte che ha acquistato.
Il libro è un atto di denuncia sociale spietato tratteggiato con penna leggera e umoristica. La trattazione della vicenda, ispirata ad un reale fatto di cronaca dell’epoca, la descrizione degli ambienti e dei personaggi grotteschi che Čičikov incontra sono davvero divertenti e nello stesso tempo amarissime.
Con sarcasmo pungente, vengono denunciati il classismo ferreo della società, la miseria delle masse, la corruzione della burocrazia, l’implacabile e invincibile ricorso alla bustarella, unico mezzo per far valere qualsiasi diritto.
Io ho da sempre una passione dichiarata per la letteratura russa, e a chi non l’ha o non sa di averla, consiglio di avvicinarsi ad essa attraverso alcune opere “base”, tra le quali questa, che introduce alla conoscenza delle miserie e dei vizi della Russia prebolscevica: un mondo ingessato, patetico e crudele, che ha dato vita però a scrittori di straordinaria profondità di pensiero.
Certo, quello che bisogna superare per apprezzare il romanzo è lo scoglio del linguaggio, veramente arcaico. I romanzi della letteratura russa che ho io sono tutti così e non so francamente se esista in commercio una versione con una traduzione più scorrevole e attuale. Se esiste, procuratevela. In caso contrario, superate le prime pagine, dovreste iniziare a “farci l’orecchio”. Lo spero, perché il libro vale lo sforzo.

Mariarita